Isao Hosoe

Ricordo del maestro di Francesco Zurlo
data — 3 ottobre 2015
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Ci sono immagini che rimangono, più di altre, scolpite nella memoria. Quando, ad esempio, il maestro prendeva la mappa della città di Tokyo, richiusa secondo la piegatura di Koryo Miura, geniale ingegnere giapponese, e con un semplice gesto l’apriva e richiudeva: “guardate la semplicità e la bellezza”, diceva, “quella che nasce dall’intuizione e dall’esattezza”.
Isao, il maestro, ci ha lasciato dopo una lunga malattia che aveva spento il fanciullo che si agitava in lui.
ISAO è l’anagramma di OASI: in effetti ogni volta che lo incontravo era un po’ come trovare nutrimento e abbeveraggio nel deserto del nulla, dello scontato, della monotonia. Da lui ho imparato molto quando, insieme a lui e Lorenzo Palmeri, invitati da Sabastiano Bagnara, abbiamo tenuto un corso a Siena, a Scienze della Comunicazione, nelle sale dei chiostri rinascimentali o in un fantastico (e inquietante) museo di scienza naturale.
Isao è l’ingegnere degli aerei, esperto in fluidodinamica: la conoscenza dei fluidi gli dava, probabilmente, la levità con cui saltellava stringendo tra le mani un pennello giapponese, mezzo di visione. Mi diceva: “guarda l’aria… si muove per movimenti circolari, mai in linea retta” e mi indicava gli angoli del suo studio facendomi notare che erano più puliti, perché il moto circolare dell’aria non poteva sporcarli, non ci arrivava…
Isao è quello della civiltà nomade, ben più promettente di quella stanziale, perché abituata al cambiamento, alla mobilità – fisica e mentale – alla leggerezza (condizione fondamentale per potersi muovere), laddove bellezza è sinonimo di estrema funzionalità, di invenzione creativa, di ricerca.
Isao citava Huizinga e il suo homo ludens, perché – diceva – l’uomo conosce attraverso il gioco e pertanto bisogna preservare condizioni e processi del gioco per tutta la sua vita, in casa come in ufficio, nella quotidianità come nei momenti stra-ordinari. Concetti che ha trasferito nei suoi oggetti: un memorabile workshop in Domus sulla “domesticità nell’ufficio” che lo porterà a lavorare in un settore al quale darà una spinta innovativa straordinaria, collaborando con aziende italiane, americane, giapponesi, fino a rendere il gioco motore di motivazione per il singolo e perle organizzazioni, rendendo tangibile questa dimensione grazie alla visione di un imprenditore illuminato Enrico Loccioni.
E che dire dell’energia comportamentale: gli oggetti promuovono abitudini e comportamenti di chi li userà. Gli oggetti sono media di conversazione e socializzazione. Rideva, talvolta, di come tali comportamenti fossero in realtà “scoperte” dell’utente, una serendipità di cui lui non aveva responsabilità, come quella volta che una signora, gli disse che, sì, era stato geniale a fare piatto il coperchio della caffettiera di Serafino Zani, così lei poteva metterci la tazzina capovolta mentre il caffè gorgogliava sotto e, dunque, scaldarla per gustarlo meglio. Rideva di questo, era felice che la sua fosse, in fin dei conti, una narrazione aperta all’interpretazione, anche “comportamentale”, del suo potenziale interlocutore.
Da lui ho imparato che il designer deve essere un Trickster, letteralmente un imbroglione. Poi ho ritrovato quell’idea nella descrizione che Vilem Flusser fa del design (e del designer), associandolo a inganno e truffa: il design è un modo per “emanciparsi in maniera ingannevole dalle nostre limitate condizioni naturali”. Per imbrogliare i nostri limiti, insomma. Per Isao il Trickster era anche quel personaggio fuori dalle convenzioni sociali, capace di vedere le cose in un modo diverso, con ingenuità fanciullesca e senza peli sulla lingua. Il buffone di corte che era capace di connettere il centro del potere e la periferia della gente comune. Di dire cose sgradevoli senza paura di essere linciato in pubblica piazza, capace di rendere il re nudo, di argomentare con sofisticazione retorica, con metafore e immagini, con voli pindarici e volgarità popolari. Un lucido folle, consapevole, più di altri, dei limiti (perché il design è la scienza dei limiti) della condizione umana, eppure ironico e propositivo.
Isao aveva interpretato con straordinario talento il modello italiano del design, il racconto di storie che da sempre accompagna la nostra progettualità. Ricordo le sue memorie degli incontri con Ponti e Rosselli, ad esempio il “levare carne” del maestro al profilo del grattacielo Pirelli. Un giorno mi raccontò della storia di quel telefono, pensato per una nota azienda tedesca di elettrodomestici, che avrebbe dovuto presentare e che non riuscì a fare perché, arrivato in stazione in Germania, fu derubato di tutti i disegni. Era un concorso di idee e lui si presentò ugualmente. Quando fu il suo turno, senza i rendering di studio, si limitò a disegnare con un pennello giapponese la forma, circolare, di quel telefono. Lo fece su un foglio, posato sul tavolo, che intercettava un raggio di luce, raro a quelle latitudini, che filtrava da una finestra e che fu sostegno al “racconto” di ciò che avrebbe voluto proporre loro.
Ovviamente vinse lui, per la potenza della narrazione, per l’emozione che aveva comunicato, per aver colto – come elemento di senso della sua proposta – la passione dei popoli germanici per il calore e la luce del sole.

Ci dovremmo rispecchiare in uomini come Hosoe, per capire qualcosa di più di noi, della nostra cultura, delle nostre tradizioni, delle nostre passioni. Con i suoi occhi, oggi, capiamo qualcosa di più di questa meravigliosa avventura umana che è il design.